In questo momento Vannacci fa comodo a tutti. Innanzitutto a sé stesso: grande carisma, sa essere naturalmente sia “leader-guida” (il talento di unire, indirizzare, decidere), sia “leader-specchio” (il talento di rappresentare gli umori, la protesta e le aspettative di una parte del popolo italiano).
Dalla Gruber, per consumata esperienza tattica e tecnica, maturate sul campo, ha saputo mantenere una postura serena, tranquilla, spesso ironica, ma ferma nella comunicazione, senza arretrare, giustificarsi nemmeno per un attimo (come accade a molti intervistati di destra).
Strategia che ha il pregio di rompere lo schema mentale e ideologico della sinistra intellettuale, giornalistica e mediatica, incarnazione di quella superiorità etica che legittima per diritto divino il mondo, i buoni e i perfetti. Fulminante, infatti, la battuta del generale sulla “sporca dozzina” (il riferimento ai nuovi arrivi in Futuro nazionale): un abile rovesciamento dei paradigmi ufficiali. Al moralismo ipocrita ha risposto con la sobrietà della realtà. Senza vergogna.
Inutile ripetere concetti noti: l’Occidente (Italia compresa) è in crisi. Se di fronte alle emergenze energetiche, militari, economiche, migratorie, noi sappiamo solo discettare di green, di diritti civili e non sociali (come se il gender fosse l’unica priorità della storia), o di cornacchie aggressive da non abbattere, vuol dire che siamo proprio alla frutta.
Ciò che sta accadendo in Irlanda, in Inghilterra e in altre parti d’Europa, la reazione popolare all’etno-sostituzione (in primis, l’immigrazione di matrice islamica), è un segnale importante: altro che rivolta xenofoba, è l’effetto rabbioso e il punto di non ritorno di politiche inclusive, tolleranti e buoniste globaliste (la cultura woke) che hanno prodotto solo danni, a discapito delle identità storiche, culturali e religiose dei popoli.
Quindi, Vannacci, in vista delle prossime politiche, è destinato a moltiplicare consenso e iscritti. Raccogliendo quei cittadini che prima, sui temi “migrazione-sicurezza-sovranità”, si sono affidati a Salvini, poi alla Meloni, e oggi delusi dalle scelte troppo moderate e inefficaci su tali argomenti, guardano al generale come ultima speranza. E non solo: c’è pure una larga fetta di non voto (ed ex grillino) che potrebbe andare verso Futuro nazionale; opinione pubblica al momento relegata nella palude della depressione politica, per mancanza di offerta credibile e classe dirigente all’altezza della situazione.
Poi, Vannacci fa comodo alla sinistra. Da sempre il mainstream liberal, radical, per demolire il vero obiettivo, si serve del guastatore di turno. Quando l’obiettivo era Berlusconi, i finiani venivano considerati eroi, i custodi della vera destra democratica; poi, cascato da cavallo il Cavaliere, i finiani sono spariti. La cosa è accaduta anche con la Meloni per disarcionare Salvini nella sua fase aurea (quando il Capitano ottenne il 34% alle europee); e al contrario, con Salvini fino a ieri, per indebolire il governo attuale di centro-destra.
È ovvio che Vannacci rischia di essere utilizzato mediaticamente come parametro ossessivo anti-destra di governo per mettere in crisi la premier (lo scopo della Gruber ieri e della Palmerini).
Ed è altrettanto ovvio, che per la Meloni il generale può essere “valorizzato” per dare segnali a Fi, troppo spostata al centro, diventata di fatto un partito social-democratico e laicista.
Un viatico per Fdi che con la polarizzazione causata da Futuro nazionale, potrebbe ritornare a una dimensione politica più conservatrice (come da promesse elettorali), abbandonando moderatismi, tatticismi e pragmatismi eccessivi. E i troppi cedimenti valoriali.
Perché un dato è certo: su sicurezza e migrazione i numeri di Palazzo Chigi non sono positivi. In quest’ultimo anno ci aspettiamo un vero colpo di coda. Ma tant’è.
E la Meloni molto esperta di politica, non a caso, su Vannacci non si esprime. Solo meno fairplay.
Riforma elettorale o no, le percentuali di Futuro nazionale servono per vincere. E lei lo sa bene.


