Leggo oggi su un giornale locale la notizia della richiesta di archiviazione del caso Scalas, il 44enne morto suicida in Svizzera con la complicità dell’ormai famoso Marco Cappato, da parte della Procura di Como.
https://www.quicomo.it/attualita/fine-vita-como-marco-cappato-richiesta-archiviazione-scalas.html
Marco Cappato, l’uomo che dopo aver più volte sfidato le leggi italiane ed essersi autodenunciato (tipico dei radicali, che fanno di un caso individuale che colpisce sentimentalmente l’opinione pubblica, per poi usarlo per cambiare le leggi, che per definizione sono generaliste e non la sommatoria delle condizioni e dei desideri soggettivi), proprio con lo scopo di imporre il suicidio assistito e raccogliere consensi al grido di “il corpo è mio e decido io”, slogan tristemente famoso per essere cavallo di battaglia delle femministe paladine dell’aborto libero. Ebbene, oggi Cappato viene di nuovo “assolto” con la richiesta di archiviazione del procedimento nei suoi confronti perché, in fondo, non avrebbe condizionato la volontà del malato con la sua presenza.
La motivazione sconcertante con cui questa richiesta viene archiviata è che viene definita come un atto di solidarietà. Che strano. Finora eravamo rimasti che si trattasse di conquista al diritto di autodeterminazione dell’individuo, e l’opposizione alla pratica del suicidio assistito una violazione della libertà individuale. Ma che potesse diventare un gesto di solidarietà è inquietante e non fa che confermare il disastro sociale in cui ci troviamo oggi, dove tutto ciò che era logico e frutto del buonsenso è completamente ribaltato.
Solidarietà, come era intesa finora, dovrebbe essere aiutare il prossimo affinché possa risolvere al meglio i suoi problemi, dare sostegno e speranza, incoraggiare alla resistenza in vista di un miglioramento, o in altri casi, conforto e vicinanza a chi proprio non ha più speranze.
Ma agevolare la morte, lottare perché questa pratica che nel tempo aprirebbe alle più incredibili e inaccettabili situazioni, non è solidarietà è complicità nel suicidio, è istigazione, giustificazione della scelta di porre fine ad un’esistenza difficile. A volte la richiesta del malato di farla finita potrebbe essere una richiesta di consolazione, di sollievo spirituale. Perché non considerare questo aspetto e spingere invece all’eliminazione? Quale oscuro disegno si cela dietro tanto impegno a favorire la morte? Paura della sofferenza? O paura di dover rinunciare a una vita fatta solo di convenienze e benessere per sé stessi?
Prendersi cura dei malati o dei disabili non autosufficienti, gravemente compromessi e dipendenti dagli altri è faticoso, richiede tempo, fatica e rinunce, risorse umane ed economiche. Ma solidarietà è sensibilità, è vedere un essere umano bisognoso di cure, è uno specchio nel quale riflettere noi stessi perché ci chiediamo cosa vorremmo ricevere in quella situazione, una carezza, una buona parola, o una siringa velenosa?
Solidarietà è non far pesare al malato la sua condizione come se fosse un peso per tutti che lo spinga a chiedere di andarsene.
È notizia dei mesi scorsi che nei Paesi Bassi è stata autorizzata l’eutanasia su un bimbo di soli due anni. Su giudizio dei medici e consenso dei genitori. In quel Paese nel 2024 l’eutanasia è stata legalmente estesa ai bambini gravemente malati di età compresa tra uno e dodici anni. Ma di che tipo di gravità si sta parlando? In Inghilterra anni fa sono stati uccisi bambini malati molto piccoli a cui è stata negata per legge persino la possibilità di essere trasferiti e sottoposti a cure in altri Paesi tra cui l’Italia. La sentenza di morte per legge era decisa dai giudici e nemmeno i genitori hanno avuto la possibilità di scegliere per la sorte del figlio nonostante la forte opposizione e la determinazione nel voler tentare altre vie che non fossero la condanna a morire di fame e di sete come poi invece è accaduto.
Noi di Democrazia e Sussidiarietà intendiamo opporci con tutte le nostre forze affinché non venga approvata alcuna legge che consenta simili barbarie.
Perché approvare per legge la possibilità per qualcuno di accedere alla morte di Stato procurata, significa soltanto aprire la strada alle motivazioni sempre più soggettive magari potenzialmente recuperabili e la beffa della perdita di quel tanto agognato diritto all’autodeterminazione che diventerà una trappola per chiunque è incapace di decidere per sé e per chi non sarà più in grado all’ultimo minuto della sua esistenza di reclamare il diritto di aver cambiato idea.
È questa la solidarietà che vogliamo?


