È una storia inquietante quella della “famiglia nel bosco”, di cui molto si parla ma che sembra non avere fine.
Non entro nel merito delle rinvenute o ipotetiche irregolarità, tuttavia non possiamo non domandarci se la modalità utilizzata come intervento risolutivo possa considerarsi ottimale visti i risultati.
Infatti non è stato riscontrato alcun segno di violenza fisica o psicologica da parte dei genitori nei confronti dei figli. Non ci sono segnali di disagio o sofferenza da parte dei piccoli nello stile di vita condotto da questa famiglia che, a quanto pare, ha unicamente la colpa di aver scelto uno stile di vita in contrasto con quello della società moderna. Vivere nella natura rinunciando alle comodità è una scelta che non tutti sarebbero disposti a fare ma che senza dubbio non nuoce alla crescita dei bambini.
Ma se anche fossero stati riscontrati elementi critici nella vita di queste persone, la decisione di separare in modo così drastico la famiglia, risulta sproporzionata. Non si può, con il pretesto di creare condizioni di vita migliori, utilizzare un metodo tanto brutale. È un gesto che ha il pessimo sapore del ricatto: o fate quello che vi ordiniamo o non riavrete i vostri figli.
Usare i figli per indurre i genitori a sottomettersi alla volontà dei rappresentanti dello Stato.
Ma i figli non sono dello Stato.
I figli appartengono ai genitori i quali sono responsabili del loro futuro, della loro salute, della crescita culturale e hanno il diritto di decidere liberamente l’orientamento della vita della loro famiglia.
Eppure, nonostante l’evidente sofferenza dei genitori e il gravissimo danno sempre più evidente e crescente all’equilibrio psicoemotivo dei bambini causati dall’allontanamento forzato, giudici e assistenti sociali sembrano irremovibili nella loro decisione. Non si può operare il bene attraverso il male. E la domanda ancora senza risposta è il perché di tanto accanimento?
Sono molte infatti le situazioni familiari difficili delle quali solerti assistenti sociali dovrebbero occuparsi e che vengono invece regolarmente ignorate. Non ultima la morte della bimba di due anni a causa di percosse e maltrattamenti per mano, così sembra, della madre e molte altre storie terribili di cui è quasi quotidianamente inondata la cronaca.
Forse molti giudici e assistenti sociali dovrebbero smettere di atteggiarsi a superman o wonder woman e ritrovare invece quel senso di solidarietà, di vera attenzione e rispetto dei bisogni dei bambini, delle famiglie, di chiunque necessiti di aiuto vero o semplicemente di assistenza senza timore di vedersi privare degli affetti più cari o di trovarsi catapultato in una fredda e anonima struttura dove, nonostante le comodità, manca l’essenziale…l’amore e il calore di una famiglia.


