COGITO IGITUR SUFFRAGIUM FERO – Penso, dunque voto.
C’è una responsabilità morale verso la collettività, che non comporta sanzioni giuridiche o pecuniarie in caso di astensione, ma sulla quale è bene riflettere poiché troppo spesso, in questi ultimi anni, si sente dire che non si va a votare perché tanto poi non cambierà nulla.
È un alibi che non funziona. Non andare a votare significa semplicemente favorire chi sa che il suo voto può cambiare il risultato finale in bene o in male. Anche perché, nel caso di un referendum confermativo, come quello sulla giustizia, non deve raggiungere il quorum.
È rinunciare a un proprio diritto, per pigrizia, per indifferenza, per protesta che però non giova al bene di nessuno perché si sceglie di declinare la possibilità di dare una svolta concreta alle molteplici situazioni di disagio delle quali siamo troppo abituati a lamentarci gridando all’ingiustizia senza però accettare coinvolgimenti impegnativi in prima persona.
È dunque di fondamentale importanza andare a votare.
Perché i cattivi governanti sono quelli eletti dai bravi cittadini che non votano.
Il popolo è sovrano, dice bene la nostra Costituzione, ma un popolo capace di pensare, di scegliere liberamente e soprattutto di non esigere ciò che per primi non si è disposti a fare: impegnarsi, combattere per le idee, i princìpi e per le soluzioni che potrebbero portare a una svolta.
Il 22 e 23 marzo prossimi saremo chiamati a votare un referendum costituzionale che per la sua specificità e complessità necessita di essere ben compreso al di là degli interessi personali o di partito o dai condizionamenti di questo o quel personaggio capace di orientare per fama o simpatia le scelte di una parte di elettori.
Noi di Democrazia e Sussidiarietà siamo fermamente convinti che votare SI sia la scelta migliore: perché il SI rappresenta la scelta coerente con i princìpi costituzionali per una giustizia equilibrata e perché
il SI non è contro la magistratura ma, anzi, aumenterà la credibilità del sistema.
Il giusto processo, come affermato dall’art. 111 della Costituzione (ossia quelle forme processuali che garantiscono a ciascun cittadino di agire e difendersi in giudizio in termini equi e ragionevoli), si fonda sulla parità delle parti e sulla terzietà del giudice. E difendere il legame tra Pm e giudice vuol dire puntellare il processo inquisitorio, concepito dal Codice Rocco.
La separazione delle carriere rappresenta, invece, lo strumento attraverso cui rendere realmente effettivo il modello costituzionale del processo “accusatorio”, come introdotto dalla Riforma Vassalli del 1988.
Giudicare e accusare sono funzioni strutturalmente diverse che non possono condividere lo stesso percorso professionale. La distinzione delle carriere ricostruisce la fiducia dei cittadini nel sistema della giustizia.
Inoltre, il sorteggio dei magistrati che compongono gli organi di autogoverno serve a limitare al minimo il potere delle correnti e a rendere le valutazioni il più possibile imparziali. Un sistema unitario di governo per funzioni profondamente diverse genera inevitabili interferenze e condizionamenti. La separazione delle carriere consente invece un autogoverno realmente indipendente e funzionale.
La riforma intende inoltre superare quelle degenerazioni correntizie che hanno inciso negativamente sulla credibilità della magistratura e sulla trasparenza delle decisioni. In pratica i giudici che sbagliano in modo grave vengono sanzionati mentre chi lavora bene viene tutelato. Questo rafforza la fiducia dei cittadini e la dignità dei giudici e dell’intero sistema giudiziario.
Nessuna riforma potrà mai eliminare tutti gli errori e le correnti ma questa migliora di molto il sistema, riequilibra i poteri e rafforza le garanzie per tutti i cittadini, veramente stanchi di dover assistere a sentenze ideologizzate che in sempre più casi premiano il male e condannano il bene.
È ora di cambiare, andare a votare e votare SI!


