NO AD UNA VEGLIA CHE CONTRADDICE LA DOTTRINA DELLA CHIESA. LETTERA APERTA AL DIRETTORE DEL SETTIMANALE DELLA DIOCESI DI COMO DON ANGELO RIVA

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Caro Direttore le scrivo in merito all’iniziativa diocesana, programmata per domenica 10 maggio presso la Chiesa di San Giuseppe a Como, relativa alla veglia di preghiera per il superamento dell’omofobia, la bifobia e transfobia. Un’emergenza che a mio avviso è sopravvalutata.

Innanzitutto, restituiamo valore vero alle parole prima della loro inevitabile manipolazione ideologica che ci rende tutti vittime di un pensiero unico fuorviante. 

Credo sia utile evidenziare che la parola “fobia” (dal greco phòbos) viene definita dal vocabolario come “paura irrazionale, intensa e persistente sproporzionata al reale pericolo”. Paura che provoca forte ansia e sintomi fisici come tachicardia o sudorazione. Non a caso il dio Fobos, per evitare i pericoli, anziché affrontarli, correva, scappava. Quindi, la parola non voleva, come non vuol dire ostilità, avversione, violenza nei confronti di un nemico.

Personalmente non ho mai conosciuto persone che manifestino questo tipo di sintomi e di reazioni, incontrando un omosessuale, ammesso che sia possibile riconoscerlo a prima vista. Di solito gli omosessuali, salvo rari casi pubblici tipo il Gay Pride, in genere non ostentano palesemente le loro tendenze; sono esattamente come gli altri, e di conseguenza non si può avanzare nemmeno l’accusa di volerli discriminare sulla base di una mera impressione o di un semplice, errato pregiudizio.

Per la Chiesa – va detto – si tratta di persone che vivono una condizione incompatibile con la religione cristiana, in quanto l’omosessualità è chiaramente contraria alle leggi divine che definiscono la sessualità come “l’atto di dono reciproco aperto alla vita tra due coniugi di sesso opposto che si completano a vicenda”. La natura stessa conferma l’impossibilità di procreare per due persone dello stesso sesso. L’utero in affitto nasce, infatti, da questo voler avere un figlio, indipendentemente dalle leggi della natura.

Nel volantino d’invito diffuso dalla Diocesi nelle parrocchie, si legge la citazione di Isaia: “Non temere, perché ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome”. In riferimento al tema proposto, cosa significa? A me sembra un’apertura pericolosa che confonde la dottrina con un’evoluzione buonista della pastorale.

“Ti chiamo per nome” era il titolo del primo capitolo nel testo del vecchio catechismo della CEI degli anni Settanta; veniva spiegato come l’aver ricevuto dal Signore un nome che ti rende unico, originale e che ha in sé un progetto di Dio per la tua vita. Un progetto che si realizza seguendo le indicazioni dei Comandamenti, delle parole dal Vangelo, con la ricerca di una condotta di vita che sia coerente con tali indicazioni e che, nei momenti di sbandamento e di caduta nel peccato, possono tornare nell’abbraccio misericordioso di Dio tramite il Sacramento della Riconciliazione. 

Nelle parole del volantino c’è da intendere che la confessione dei peccati, con questa “apertura moderna” possa essere ritenuta superata e il peccato banalmente giustificato e, anziché aiutare le persone a compiere una scelta di vita che porti ad una vera crescita spirituale, si sceglie la comprensione che disimpegna e minimizza l’errore, sovrapponendo momenti diversi: l’ascolto, l’accoglienza e la pedagogia. 

Una veglia di preghiera porta a pensare a delle vittime che vanno consolate e a cui far sentire solo la nostra condivisione, anziché cercare di far conoscere il pensiero della Chiesa che non giudica, ma chiede conversione. 

Si invita a “condividere” il dolore di chi è stato ferito. Quante persone continuano ad essere ferite ogni giorno dalla cattiveria umana senza motivo?

Si invoca la liberazione da pregiudizi e violenze. Oggi pregiudizi e violenze sono ovunque. Non sarebbe più utile che i nostri pastori tornassero a parlare di Cristo, degli insegnamenti del Vangelo senza che vengano strumentalizzati a favore dei potenti e delle ideologie arroganti?

Si alimenta la speranza per costruire fraternità. La fraternità può nascere solo dalla Verità, dall’onestà, dalla sincera ricerca della via da percorrere. Una via che la Chiesa ha il dovere di indicare chiaramente, senza buonismo, senza cedimenti. Il peccato è divisione, insabbiarlo anziché sradicarlo peggiora solo le cose. E infatti genera confusione, perché fa nascere queste convinzioni da un’errata interpretazione di inclusione e accoglienza.

Anche un papa considerato molto progressista e spesso strumentalizzato dal mondo Lgbtq, sul tema omosessualità è stato netto. La famosa frase “chi sono io per giudicare”, tirata per la giacchetta a 360 gradi, era preceduta (su questo ovviamente, il silenzio) da tre precondizioni non da poco: “Se cercano il Cielo”, “si comportano bene, senza atti disordinati” e “non fanno lobby massoniche”. 

Non so se sono la sola a inserirmi oggi ancora nel solco di Edith Stein (“non c’è verità senza amore, ma nemmeno amore senza verità”), o ad essere rimasta disorientata di fronte a una simile iniziativa; ad essermi domandata se davvero c’è la necessità di una veglia di preghiera e soprattutto se la Chiesa stia percorrendo la via dell’accoglienza o se, al contrario, non stia svendendo una Verità scomoda sempre in nome di un buonismo che cita solo i diritti e mai i doveri, che apre le braccia a tutti e a tutto senza però parlare di pentimento e di conversione, esattamente come fece Gesù con l’adultera alla quale ha perdonato i peccati ma alla quale ha anche chiesto di cambiare vita e non peccare più.

Siamo davanti a una Chiesa che ha tradito la sua missione?

La Chiesa da tempo, non sembra più il sale, è diventata zucchero e ha perso il suo sapore. 

Non è più luce. E nel buio persino i pastori pare abbiano smarrito la strada.

Diana Barigelletti

Presidente Nazionale

di Democrazia e Sussidiarietà