Un’altra Regione ha ceduto di fronte alle pressioni dei sostenitori della morte volontaria o suicidio medicalmente assistito. Anche una terra di Santi come l’Umbria, governata da una sedicente cattolica impegnata in iniziative con la Chiesa e con la CEI, ha creduto nella cosiddetta libertà di scelta di poter decidere quando e come morire. E’ il solito mantra dell’amore compassionevole (senza verità).
E la motivazione è sempre la stessa: evitare la sofferenza fisica o psichica di chi è gravemente malato e senza possibilità di guarigione, oppure stanco e oppresso dal dolore decide di mettere fine alla propria esistenza. Ragioni che fanno presa sull’opinione pubblica in quanto la sofferenza oggi viene vista come qualcosa di inaccettabile, di inaffrontabile. Un limite insopportabile per la mistica del consumo, del benessere e della finta felicità. Si ha paura di soffrire e di conseguenza, la via del suicidio appare come scelta più conveniente e risolutiva.
Peccato però, che la narrazione portata avanti in primis, dall’associazione Luca Coscioni, rappresentata dall’ormai nota icona-salvifica Marco Cappato che tanto agguerritamente sta spingendo in questa direzione, non sia del tutto “innocente”. In realtà, l’obiettivo presentato come diritto di scelta personale apre il varco a una ragnatela mostruosa.
Accettare una legge che consente la “libertà” di decidere della propria fine è una suggestione mortale per molte persone che, viceversa, potrebbero scegliere di rinunciare a una così drastica decisione qualora venissero loro offerte solidarietà e vicinanza. Malati che vedono l’uscita di scena da questo mondo come un rimedio per sé stessi, lasciati spesso nella più desolante solitudine e abbandono, e sollievo per gli altri, familiari o assistenti, ritenendosi un peso da eliminare.
Mettiamo i puntini sulle i.
LA VIA INCOSTITUZIONALE. Ricordiamo che le Regioni che hanno reso fattibile tale pratica (Veneto, Toscana, Emilia Romagna, Sardegna e ora Umbria), non hanno potere legislativo in quanto hanno soltanto il potere di organizzazione della sanità (articolo 117), non i principi generali, di competenza dello Stato.
IL DIRITTO A RINUNCIARE ALL’ACCANIMENTO TERAPEUTICO NON C’ENTRA COL SUICIDIO ASSISTITO.
L’articolo 32 della Costituzione già prevede la libertà del singolo di poter rifiutare le cure di sostegno, l’accanimento terapeutico (posizione condivisa dalla Chiesa), ma non certo di essere aiutato a mettere fine alla propria vita. Un conto è lasciar morire, secondo la volontà individuale, un conto è far morire, con una eventuale legge che trasformerebbe lo Stato in certificatore di morte secondo categorie generaliste (il diritto è astratto), che sarebbero suscettibili di interpretazioni soggettive, da parte dei medici, dei famigliari, delle istituzioni, aggiungendo nel possibile novero, come purtroppo accade in alcuni paesi europei, disabili, fragili e depressi, aprendo le porte all’inferno dell’eutanasia.
Nei Paesi del Nord Europa, laddove la legge è stata approvata da anni, si stanno verificando percentuali di suicidi impressionanti. In alcuni si è addirittura arrivati a consentire l’accesso al fine vita per neonati e bambini al di sotto dei dodici anni, ovviamente per volontà dei genitori, a volte per decisione dei medici a cui non ci si può opporre (vedi i casi in Inghilterra ormai famosi dei piccoli Alfie, Charlie e tanti altri) spesso senza nemmeno valutare la possibilità di recupero della salute anche parziale, o di giudici che stabiliscono con supponenza chi deve morire.
Approvare una legge di questo tipo significa autorizzare, inoltre, l’eliminazione dei deboli incapaci di autonomia (caso Englaro docet).
L’INGANNO. E come se non bastasse, oltre il dato legale si nasconde la trappola ideologica: la legge fortemente richiesta dai sostenitori della “dolce morte”, alias suicidio assistito, alias omicidio del consenziente, non chiede la libertà di rifiutare o meno il sostegno vitale, ma di poter stabilire la propria morte attraverso l’iniezione di una sostanza letale con grande risparmio per la sanità pubblica, alle prese con una decennale crisi strutturale.
NOI SIAMO LA VITA, NON IL PASSATO. Chi si oppone a questa deriva morale, chi si permette di obiettare dichiarando che la vita ha un valore talmente alto da non poter accettare che venga eliminata volontariamente, viene accusato di voler interferire nelle decisioni sulla vita altrui. La Chiesa che si esprime in difesa della vita viene considerata retrograda, medievale anche se, purtroppo, anche tra i Vescovi c’è confusione. Ma per i cattolici la vita è un bene indisponibile e va difesa sempre, dal concepimento alla morte naturale.
DALLE DAT AL SUICIDIO ASSISTITO TUTTO CAMBIA.
Molti esponenti del mondo radicale, laicista, liberal, collegano le Dat all’esigenza di legiferare sul suicidio assistito, come da richiesta della Consulta che da tempo ha chiesto che il parlamento riempia questo vuoto. A parte, per le ragioni che ho esposto, non c’è bisogno di una nuova legge, bastano le norme esistenti (articolo 32 della Costituzione, codice deontologico dei medici etc), non è detto che le Dat preparino il terreno al suicidio assistito. Primo, la volontà espressa decenni prima di una possibile patologia incurabile, è una mera proiezione mentale. Ognuno nella vita può cambiare idea. Secondo, la stessa scienza nell’arco degli anni può trovare cure più efficaci, o almeno contribuire sempre più ad alleviare con i trattamenti palliativi, accessibili più facilmente, le condizioni degli inguaribili, ma non incurabili.
APPELLO PER LA BUONA BATTAGLIA.
Nel momento in cui avanza una pericolosa cultura di morte, i cattolici e gli uomini e donne di buon senso devono marciare uniti per difendere e affermare ovunque i valori non negoziabili e uno Stato che ha cura. Che non elimina il sofferente ma la sofferenza.


