MEDICINA TERRITORIALE. PARLA IL DOTTOR LUCA GROSSI: “VI SPIEGO I LIMITI E I PREGI DELLA MANCATA RIFORMA. L’INTEGRAZIONE TRA RSA E MMG PUO’ RAPPRESENTARE LA SOLUZIONE PIÙ EFFICACE”

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Nella seconda intervista rilasciata a “Lo Speciale”, il dott. Luca Grossi, specialista in geriatria e direttore di una RSA da 213 posti letto, ha espresso una sua precisa valutazione sulla riforma della medicina territoriale, ricordando la sua esperienza sul campo e illustrando alcune proposte per migliorare la presa in carico dei pazienti fragili.

Dottore, qual è il suo giudizio sulla riforma non decollata della medicina territoriale e, in particolare, sul modello delle Case di Comunità?

“Vorrei partire dalla mia personale esperienza come medico di medicina generale. Per una ventina di anni ho lavorato in riabilitazione extra ospedaliera come specialista in geriatria. Me ne sono poi andato perché alcuni progetti non sono stati realizzati, tra cui un centro di formazione permanente a vantaggio di tutti gli operatori sanitari e sociosanitari del distretto in cui si trova l’istituto dove lavoravo. Ho scelto poi di fare per circa un annetto l’MMG. Mi sono iscritto casualmente nelle graduatorie regionali e sono stato chiamato subito non appena comparve il posto. Già all’epoca (una decina di anni fa) vi era necessità di individuare forza lavoro, perché mancava personale. L’esperienza è stata caratterizzata da questo. Certamente moltissima burocrazia: in capo ai medici di medicina generale ruotano tante incombenze pesanti, come certificati di malattia e prescrizioni attraverso procedure sempre più macchinose, benché informatizzate, per farmaci ed esami. Quindi esiste un carico davvero ragguardevole. Poi ovviamente per il medico di medicina generale esiste la necessità di seguire un numero elevato di assistiti. Il fatto che le Case di Comunità siano aperte dalle 8 alle 20 e che chiunque possa accedervi è un vantaggio, cioè un ampio orario di apertura, cosa che con i medici di famiglia invece non accade. Però lo svantaggio è che le Case di Comunità non sono come i vecchi ambulatori degli MMG nei paesini: per raggiungerle è necessario percorrere distanze. A Crema, ad esempio, ce n’è una sola e i paesini intorno sono a 5, 8, 10 o 20 km. L’ospedale di Crema che gestisce una Casa di Comunità hub e una spoke mi ha cercato più volte perché tornassi in ospedale proprio perché non hanno medici per coprire l’8:00/20:00. Ma secondo me non sarà comunque sufficiente per garantire l’orario. L’obiettivo delle Case di Comunità è alleggerire l’onere degli ospedali, soprattutto del pronto soccorso. Dove andremo a parare non lo so.”

Secondo la sua esperienza come medico di medicina generale, come era organizzata la presa in carico dei pazienti fragili e quali criticità ha riscontrato sul campo?

“Allora, io avevo impostato il discorso all’epoca in modo tale da farmi carico di una trentina di utenti – gli assistiti – seguendo la valutazione a domicilio di anziani fragili da me selezionati. Da una parte c’era la necessità di porre attenzione a persone con fragilità in essere e l’obiettivo era quello di controllarne la situazione e prevenire complicanze. Il mio target erano persone anziane fragili, comorbide, quindi polipatologiche, da mantenere il più possibile in equilibrio, conservandone il performance status, cioè l’autonomia nelle attività di base della vita quotidiana. Seguivo quindi a domicilio, periodicamente, personalizzando gli interventi. La frequenza era diversa: per qualcuno ogni settimana, per altri ogni 15 giorni, per altri mensilmente. Tutto ciò non lo fa più nessuno.”

Quali sarebbero, secondo la sua esperienza, le possibili proposte o modelli alternativi per migliorare la medicina territoriale e la presa in carico dei pazienti fragili?

“Se si tratta di invertire la rotta, il fatto che le Case di Comunità siano aperte dalle 8 alle 20 e accessibili è positivo. Però le Case di Comunità non sono sul territorio come i vecchi ambulatori, quindi il paziente deve spostarsi. Questo è un limite. Io avevo impostato il lavoro seguendo a domicilio anziani fragili con interventi personalizzati. Questo non lo fa più nessuno. In RSA sto creando ambulatori polispecialistici. Ho un medico di medicina generale che ho fortemente voluto all’interno della struttura, con cui discuto i casi e che mi aiuta anche nell’organizzazione della reperibilità. L’RSA ha un ambulatorio di medicina generale con cui lo specialista interagisce per seguire over 65 e over 70 a domicilio, con la finalità di monitorare l’evoluzione clinica. Si stanno utilizzando anche strumenti di intelligenza artificiale e sistemi informatici che permettono di inquadrare meglio le problematiche cliniche dei pazienti che seguo. Ho coordinato anche il progetto Smart Beat a Crema, durato tre anni, in cui venivano distribuiti dispositivi elettronici per monitorare i pazienti nel tempo e capire la loro evoluzione. Questo potrebbe garantire una maggiore stabilità clinica nel lungo periodo. Il modello delle Case di Comunità può essere un vantaggio o uno svantaggio: può garantire servizi standardizzati ma non sempre adeguati. Un modello alternativo basato sull’integrazione tra MMG, RSA e specialisti avrebbe potuto essere più efficace, ma non è stato considerato. Le RSA sono spesso viste come strutture solo assistenziali, ma non è così. Potrebbero essere considerate come Case di Comunità spoke, capaci di erogare servizi e non solo accogliere. Uno dei limiti delle RSA e della medicina generale è anche la possibilità di effettuare diagnostica strumentale sul posto, ad esempio ecografie. In un contesto di invecchiamento della popolazione, RSA e medicina territoriale dovrebbero essere poste al centro della riflessione sanitaria”.