Bisogna onestamente riconoscere che il tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, l’ex eurodeputato Marco Cappato, non si arrende facilmente ed è ammirevole la perseveranza ostinata che ha nel portare avanti le sue più che discutibili battaglie mortifere.
E l’occasione che si presenta, come al solito, è l’estate, quando molti riflettori sono spenti e la maggioranza del Palazzo e i cittadini abbassano la guardia.
La tecnica è nota, “battere-battere-battere” (puntare su casi individuali che colpiscono la sensibilità umana per trasformarli in diritto), e secondo la nota regola della Finestra di Overton, alla fine per stanchezza, rassegnazione, inerzia e poca capacità di controbattere il rischio è che battaglie di minoranza diventino normali, scontate o peggio, acquisite.
Se molti di coloro che si definiscono cattolici avessero anche solo una parte di tanta convinzione e determinazione “modello-Cappato”, forse oggi non avremmo numeri tanto spaventosi di aborti in Italia e non saremmo qui a discutere di denatalità e suicidio assistito,
Purtroppo, invece, la maggioranza dei cattolici e parte della Chiesa, hanno scelto la via della “moderazione”; ossia, quella collocazione un po’ in penombra che consente di valutare le posizioni a debita distanza e decidere poi la via più conveniente da seguire appellandosi alla necessità del dialogo e del compromesso. E’ il modello “Don Abbondio”.
Marco Cappato, dopo aver più volte sfidato le leggi italiane ed essersi autodenunciato (vedi il caso dj Fabio venuto prepotentemente alle cronache proprio grazie a questa sua ostinazione), con lo scopo preciso di portare all’attenzione pubblica i temi a lui cari e raccogliere consensi cavalcando la ormai vincente e subdola teoria del “il corpo è mio e lo gestisco io”, applicato ora alla questione della libertà di scelta di poter morire quando si vuole, ha di recente promosso una raccolta firme in Calabria con l’intento di sollecitare la definizione di tempi certi e procedure chiare per l’accesso all’eutanasia.
Raccolta di firme subito amplificata dai suoi collaboratori romani e non solo, i quali hanno immediatamente posto l’accento sulla necessità che anche la Regione Lazio, sulla scorta delle Regioni che l’hanno già fatto (modello-Toscana ad esempio), discuta la legge sul fine vita.
A proposito di luoghi comuni. È facile raccogliere consensi quando si descrive la questione come una violazione della libertà personale, di un attacco al diritto di autodeterminazione, suscitando indignazione nella gente che si sente privata della possibilità di farla finita quando ritiene da sé che non c’è più futuro per la sua vita.
Più difficile è far accettare l’idea che anche la sofferenza possa avere un senso nella vita e che in molti casi ha il pregio di far scoprire sfaccettature del mondo impercettibili a chi è travolto ogni giorno dai propri impegni e pensieri in buona salute.
Il problema è che una legge che dia questo permesso, magari a spese della collettività, è un progetto di autodistruzione della società oltre che un danno all’umanità già impoverita di quella solidarietà ed empatia verso il prossimo, in quanto aprirebbe la strada a qualsiasi situazione che ognuno voglia ritenere insopportabile per sé.
Intendiamoci. La sofferenza spaventa tutti e in situazioni di irreversibilità di certe malattie per le quali l’accanimento terapeutico sarebbe solo una crudeltà sono da comprendere. Ma qui interviene già la medicina, laddove medici fedeli al giuramento di Ippocrate possono valutare la situazione e con rammarico capire che è il momento di lasciar andare un paziente.
Quindi una legge non serve. A meno che dietro non ci siano interessi distanti dalla ricerca del bene della persona, come ad esempio l’interesse economico derivante dal costo delle cure, degli assistenti, delle degenze etc. Oppure interessi egoistici come il timore di doversi prendere cura a tempo pieno e indeterminato di qualcuno che non è più autosufficiente.
Altrimenti come potrebbe la politica legiferare o dei giudici sentenziare su un tema tanto specifico e tanto vasto? Chi mai potrà stabilire che è giunta davvero l’ora di calare il sipario?
Nei Paesi del nord Europa dove l’eutanasia è possibile, si sta verificando una vera strage di persone affette da malattie che potrebbero essere curate, come la depressione, ma che l’individuo ormai scoraggiato non vuole affrontare, o di disabili che se solo non provassero solitudine e abbandono da parte dello Stato (qui sì che lo Stato dovrebbe intervenire!) e dei familiari e amici troppo indaffarati, troverebbero un motivo in più per restare su questa Terra.
La vecchiaia che avanza, la disabilità, la solitudine, lo sconforto non sono motivi validi per rinunciare a vivere eppure si registrano anche questi tra i tanti motivi di suicidio procurati in questi Paesi pionieri della modernità.
Se ci sforzassimo di alzare gli occhi e guardare oltre lo schermo del nostro cellulare i volti delle persone che abbiamo accanto, porgere un sorriso, un saluto, una buona parola forse molti sceglierebbero grati di scendere dalla balaustra del ponte su cui la disperazione li ha fatti salire per il tragico salto, per afferrare la mano tesa della speranza.


