SANITÀ LOMBARDA. PARLA IL DOTTOR LUCA GROSSI: “ECCO TUTTE LE PROBLEMATICHE DA AFFRONTARE E DA RISOLVERE”

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Dalla carenza dei medici di base al rapporto tra ospedali, RSA e territorio, fino al tema delle disparità contrattuali tra pubblico e privato: nell’intervista rilasciata a “Lo Speciale”, Luca Grossi, specialista in geriatria e direttore di una RSA da 213 posti letto, ha analizzato i vari punti di forza e le criticità della sanità lombarda, soffermandosi in particolare sulla gestione degli anziani fragili e sulla medicina territoriale.

Dottore, da quale argomento vogliamo partire?

“Dalla sussidiarietà: impostazione che in Lombardia viene applicata bene. Ritengo corretto che in una Regione come questa possano contribuire al benessere e alla salute sia le strutture pubbliche, sia quelle private. Il sistema, in sé, ha un senso ed è finalizzato a rispondere ai bisogni di salute. Ciò che mi lascia perplesso è che oggi esiste ancora una notevole differenza tra pubblico e privato a livello contrattuale. Registriamo una forte disparità di trattamento che non riesco a comprendere. Nel mio caso particolare, ad esempio, non hanno riconosciuto anni e anni di anzianità di servizio, a parità di contratto. Io ho lavorato per circa vent’anni in una struttura riabilitativa ex-ospedaliera che applicava il contratto della sanità pubblica, essendo però, una fondazione di diritto privato. Quando poi vinsi il concorso per entrare in ospedale, quei vent’anni non li hanno mai riconosciuti. È facile andarsene dal pubblico, ma non è altrettanto semplice entrare nel pubblico in termini economicamente adeguati. E questo riguarda e ha riguardato tanti professionisti come me. Un tema da affrontare. L’Italia paga pochissimo i propri medici rispetto ad altri Paesi europei, come Germania o Svizzera. Mi chiedo come mai, a parità di funzioni svolte, il ritorno economico sia così differente”.

Passiamo al fronte territoriale e alla gestione degli anziani fragili: quali sono oggi le principali problematiche?

“Gestisco una struttura che eroga prestazioni pubbliche sanitarie di alto profilo. Sto cercando di trasformare questa realtà in un centro multiservizi, approcciando la cura globalmente intesa, perché non si tratta solo di atti medici, ma anche assistenziali. Sto cercando di introdurre pratiche diagnostiche strumentali come l’ecografia, ho attivato all’interno della struttura un ambulatorio di medicina generale e poi attiveremo ambulatori specialistici riservati al territorio. Ritengo che, per alleviare almeno in parte il problema della mancanza di medici di medicina generale, servirebbe che una certa quota di persone sul territorio venisse gestita direttamente da specialisti e dai medici delle RSA. Se la Regione Lombardia mi mettesse nelle condizioni di poter seguire direttamente le persone fragili sul territorio, potrei farmene carico direttamente dalla RSA anche a domicilio, dal lunedì al venerdì, ma anche il sabato, cercando di dare una parziale soluzione al problema. Poi, c’è tutto il discorso della prevenzione primaria: oggi si sta ancora facendo troppo poco in termini di convincimento e presa in carico della popolazione per spostare il più possibile l’emersione di patologie che poi cronicizzano”.

Quanto incidono le scelte economiche e organizzative sulla difficoltà di rafforzare la medicina territoriale e la presa in carico degli anziani fragili?

“Il problema è anche economico: per una visita geriatrica o neuro-geriatrica, che può durare anche un’ora e mezza, il sistema sanitario regionale rimborsa il centro medico per circa 25 euro e a me ne arrivano circa 7. La geriatria è la medicina della complessità e non riesco francamente a cogliere il senso di una cosa di questo tipo. La Regione Lombardia negli ultimi venticinque anni ha investito soprattutto sulla sanità ospedaliera. Negli ultimi sette-otto anni ci si è resi conto di come lo scollamento tra sanità ospedaliera e territorio sia diventato particolarmente evidente. Le ultime riforme, come le case di comunità, sono finalizzate a correggere questo problema, ma io credo che le RSA abbiano già una struttura culturale e organizzativa tale da potersi fare carico contestualmente di anziani fragili anche a domicilio”.

Quali cambiamenti dovrebbe introdurre oggi la sanità lombarda per non perdere il proprio ruolo di modello sanitario?

“In Lombardia qualcosa c’è, ma si fa fatica, dal punto di vista della pianificazione e della progettualità a favorire la nascita della geriatria all’interno delle reti ospedaliere. Ritengo che pubblico e privato debbano coesistere e non possa esserci soltanto il pubblico o soltanto il privato. A me piacerebbe molto che fosse aperto un confronto serrato tra le RSA lombarde e che la Regione le costringesse a confrontarsi riguardo a buone pratiche assistenziali, come e obiettivi da raggiungere. Sto puntando molto sulla telemedicina. Ho recentemente attivato un rapporto di collaborazione con il Dipartimento di Informatica dell’Università di Milano per chiarire meglio l’uso dell’intelligenza artificiale nell’individuazione dei problemi legati al soggetto e nella gestione globale di strutture di questo tipo”.

Il sistema lombardo riesce davvero a integrare ospedale, territorio e servizi sociali?

“Le RSA vivono ancora troppo marginalmente. In Regione Lombardia una delle criticità è quella contrattuale: i medici delle RSA potrebbero farsi carico di una quota non indifferente di persone sul territorio, perché gestiscono la medicina della complessità, quindi possono farlo anche fuori dalla struttura. Le RSA vanno rivedute e corrette. Il contratto che governa l’attività dei medici delle RSA è assolutamente penalizzante rispetto a quello della sanità pubblica. Ci sono differenze notevoli tra ente ospedaliero e RSA, con contratti decisamente penalizzanti rispetto all’ospedale. Nel 2019, quando ero dirigente medico, il direttore sociosanitario dell’ospedale di Crema mi chiese di attivare una geriatria del territorio. Ho creato ambulatori specialistici che non esistevano e, con una mia équipe infermieristica, ho seguito circa 670 persone dimesse dall’ospedale. Le vedevo a domicilio, rimodulavo le cure, affinavo le diagnosi e attivavo servizi ad personam e assistenza domiciliare integrata. A un certo punto però mi hanno convocato dicendomi: “Non potrà più fare quello che sta facendo perché tale percorso non è accreditato presso Regione”. Traduco: A noi ente ospedaliero cosa torna in tasca se investiamo in un dirigente che va a domicilio senza un ritorno economico?”.