Emma Bonino se n’è andata come ogni comune mortale, nonostante le cure, quando è naturalmente arrivato il suo momento. Nonostante fosse gravemente malata da oltre dieci anni non ha mai chiesto l’eutanasia, come non l’ebbe chiesta il suo compagno di battaglie Marco Pannella. Eppure ha lasciato in eredità questo obiettivo da raggiungere, ai seguaci del suo partito che sta pretendendo di legalizzare la condanna a morte per chi, come lei, ha vissuto una vita “indegna di essere vissuta”. O forse la sua aveva più senso e dignità di altre?
Le esperienze della vita insegnano e da esse si dovrebbe trovare la spinta a scegliere il bene per sé e per gli altri. Lei ha scelto la strada sbagliata. E ha iniziato a combattere per aprire la via della morte facile e veloce, senza sofferenza ed economicamente più conveniente. Non per lei. Lei ha combattuto per restare in vita. Una contraddizione che ha una costante nel suo pensiero.
Dopo un aborto effettuato in gioventù che l’ha evidentemente segnata, come del resto accade a tutte le donne che si sottopongono a questa barbara procedura, non ha deciso di combattere il gesto in sé ma si è fermata al disagio provato nell’averlo dovuto praticare in condizioni disumane e a voler combattere per evitare ad altre donne di subire le stesse condizioni.
Lo sbaglio, secondo lei, non era fermare una vita ma non poterlo fare nelle condizioni più agevoli e sicure, legalmente e in ospedale.
Ma a riprova che l’aborto lascia inevitabilmente un vuoto incolmabile nell’animo della madre mancata e quindi anche in lei, Emma ha tentato di rimediare con l’adozione che però a quanto riportano i giornali non è andata come forse sperava.
Nel corso degli anni, avanzando una società sempre più progressista e modernista, con queste convinzioni ha fatto carriera in politica diventando la paladina delle donne libere, indipendenti, uniche padrone del proprio utero, eliminando la figura del padre considerato come estraneo al concepimento e decretando così la fine del concetto di quel tipo di famiglia che fino a quel momento aveva contribuito e sostenuto lo sviluppo della società, e confondendo le menti su concetti naturali da sempre scontati per la loro logicità.
Infatti il quotidiano Avvenire che in fatto di confusione morale è diventato maestro, accenna velocemente all’attività di abortista “pomparola” della Bonino quasi osannandola per aver contribuito a salvare molte donne dalle mani incapaci delle “mammane” dimenticando colpevolmente però le vittime di tale attività che è poi proseguita nel tempo diventando alibi per l’aborto facile.
Si ricorda invece con molta enfasi la discutibile visita di papa Francesco addirittura a casa sua che è stata recepita dal mondo cattolico, quello autentico, come una legittimazione del suo operato e per il quale il pontefice l’ha addirittura elogiata invitandola a continuare la sua battaglia.
La battaglia per la morte, però, produce solo male e solitudine. E lei l’ha vissuta senza riuscire a riconoscere nelle sue convinzioni il percorso distruttivo che l’ha portata a morire sola, senza una famiglia, abbandonata anni prima anche da chi aveva sostenuto nelle stesse battaglie, lasciando dietro di sé soltanto una scia di dolore e disperazione in chi ha creduto in una libertà fatta solo di apparenza. Lei lo sapeva. Avrebbe potuto risparmiare a tante donne il tremendo destino del rimorso che emerge prepotente dinnanzi al sorriso di ogni bambino che incontrano. Invece le ha illuse di trovare la soluzione nel gesto più atroce che una madre può compiere, l’uccisione del proprio figlio in grembo.
Oggi si apprende che le riserveranno i funerali di Stato. Per quali onori? Una donna che ha sottratto al Paese con le sue battaglie politiche più di sei milioni di cittadini eliminati legalmente, per aver combattuto per leggi come il divorzio che hanno distrutto le famiglie e di conseguenza la società? Se questi sono i meriti per i quali uno Stato debba riservare tanto onore siamo davvero arrivati oltre il capolinea.
La stampa e il web si stanno scatenando tra chi la osanna come paladina dei diritti e chi invece la condanna alle fiamme dell’inferno. Molti cattolici si defilano dichiarando che non spetta a noi condannare ma che dobbiamo pregare per la sua anima.
Vero. Il giudizio dell’anima spetta a Dio, ma ciò che ha lasciato come eredità è umanamente inaccettabile e davvero spregevole. L’eliminazione di bambini con l’aborto e ora di anziani e malati con l’eutanasia sono il suicidio della società e della politica. Non meritano certo riconoscimento.
E uno Stato che riserva tali onori a chi ha ucciso illegalmente e ha sottratto oltre sei milioni di futuri cittadini che oggi sarebbero un esercito di contribuenti e forze lavoro in Italia è uno Stato che ha scelto, ahimè, la via della propria distruzione.


